Referendum e Consulta, la politica senza “le domande di fondo”

Dialogo con Giovanni Maria Flick, giurista, ex presidente della Consulta

Lo sento al telefono stamattina. Ha già rilasciato varie interviste per altre testate, con commenti a caldo e una serie di considerazioni, alcune toste, devo dire.  Come quella all’Huffington Post: “Il quesito sul fine vita avrebbe legalizzato anche sfide mortali come quelle su Tik-Tok”. Come a dire che, dopo un referendum che vincesse con la maggioranza degli italiani a favore dell’eutanasia legale, ci sarebbe il serio pericolo che la situazione sfugga di mano.

Perché in tutta la vicenda si sono seduti accanto i concetti di eutanasia legale e omicidio del consenziente come fossero- evviva le espressioni mutuate dal tempo pandemico- affetti stabili.

Concentriamoci sul fine vita. Pensa che sia un problema di metodo più che di contenuto e quindi un problema politico?

Più banalmente, se tutti tornassimo a fare il nostro mestiere, non sarebbe male. Non aspettarsi dalla Corte costituzionale una decisione politica. E non chiamarla poi “politica” quando non piace a noi. Il suo mestiere è: controllare la costituzionalità della legge.

E i diritti civili? 1,2 milioni di firme rappresentano una richiesta dirompente. Mentre glielo chiedo penso a come siamo giunti a ciò. Di eutanasia legale si parla da poco meno dell’età che ho, 40 anni. La prima proposta di legge fu depositata nel 1984, sulla base di una raccolta firme del 1979, dallo stesso ministro Fortuna, padre della legge sul divorzio. Mai discussa in parlamento.  Da lì, il balzo è ampio, si va alla vicenda Welby del 2001 e successivamente al caso di Eluana Englaro del 2009 fino a Dj Fabo nel 2017. Casi che hanno scosso l’opinione pubblica e che portarono la stessa Consulta nel 2019 a lanciare un monito invitando il parlamento a legiferare. Nulla, neanche calendarizzata. Incredibilmente, fino ad oggi.

E’ proprio quello richiamato nella perplessità del presidente della Corte sulla inattività del parlamento cui fa da contrappeso la iperattività di alcuni giudici. E’ in corso una delegittimazione del Parlamento che in parte si è cercato, bisogna dirlo con franchezza. Questo perché si è sempre guardato alla geografia politica, quindi ad un orizzonte temporale limitato, subordinando le grandi domande di fondo a questioni pragmatico-economiche, quando non elettorali. Ecco, la politica ha abbandonato le domande di fondo, come quelle sui diritti civili.

Già, le domande di fondo. Colori politici di ogni genere e fattezze hanno ritenuto rimandabile e poi non così centrale legiferare con adeguatezza sul fine vita. Una richiesta che, pur esistendo da quarant’anni, oggi cammina soprattutto sulle gambe dei giovani

Giovani che meritano l’ascolto e lo devono rivendicare alla classe politica. L’inammissibilità è dovuta a una formulazione che, così composta, chiedeva di autorizzare l’omicidio del consenziente senza aggiunta di quei riempimenti necessari a tutela di chi è più debole. Come si poteva ammettere al referendum una norma così, liberalizzando un tema complesso come il fine vita? Qui si tratta di una cornice entro la quale far entrare una serie di custodie, paletti, salvaguardie che non possono essere creati da un giudizio di merito  nella verifica sulla ammissibilità di un referendum che può essere solo abrogativo. Quindi una norma che solo da un Parlamento che ha avuto il coraggio di riflettere e confrontarsi, può arrivare. Prendete uno dei referendum ammessi: quello sulla custodia cautelare. In quel caso c’è un tema che riguarda un contenuto da modificare-non un contenuto poco importante- e su esso è giusto che si esprima il popolo, tenuto conto anche degli eccessi anche nell’utilizzazione di questo strumento. La Corte ha ammesso ciò che poteva giudicare nei limiti del giudizio di ammissibilità ma non poteva prendersi la responsabilità di ammettere al giudizio popolare qualcosa su cui la politica non ha avuto la cultura e l’attenzione per esprimersi.

Detto questo, pare che il redde rationem sia come sempre il metaverso appassito del divisivo.

Un sistema democratico non deve consentire che la magistratura possa o debba accollarsi di riempire i vuoti sostituendo il piano della giurisdizione al piano della politica. Io trovo che anche i media possano e forse debbano contribuire alla spiegazione del quesito su temi così complessi e difficili prospettando anche la possibilità che la Consulta dovesse arrogarsi un’incombenza non sua, cosa che non mi sembra avvenuta. Così siamo arrivati di nuovo al conflitto tra due posizioni contrapposte di intolleranza nei loro fini ma unite dal comune obbiettivo di paralizzare l’arrivo di una legge a parole invocata da tutti.

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