Andrea Brina e il senso di una comunità

Al sud, quando passa un carro funebre con un defunto, si usa chiedere: “A chi é morto?”. Mi ha sempre fatto riflettere quel complemento di termine piazzato nella domanda, quando quella più naturale sarebbe la domanda più diretta: “Chi é morto?”. In realtà il senso di quella domanda non é un errore. Concentrare pensiero e forze su ” a chi” si muore, vuol dire decentrare l’aspetto della morte fisica e soffermarsi sul vuoto che si apre per chi rimane. Non é più in primo piano un corpo che si spegne ma lo spalanco d’energia nella risacca che si forma davanti a chi perde un caro.

Se si facesse questa domanda per il caro Andrea Brina, andato via troppo presto, persona impegnata con la Società Operaia Cattolica di Certosa nel volontariato e nell’associazionismo, la risposta sarebbe: “E’ morto a tutti noi, a una comunità”.

Figlio di una terra, quella Val Polcevera che ti si alloggia prima “dentro” che fuori, signora distesa con i piedi al mare e la chioma folta nelle colline.

Non é scontato morire a un’intera comunità. Significa essersi svegliato presto per qualcuno, ascoltato molti, operato senza aspettarsi il contraccambio. Dopo il crollo del Morandi, per mesi la Val Polcevera é rimasta “murata viva” dietro un viadotto che si era ingoiato vite e tutte le strade di uscita dalla vallata al mare. Andrea organizzò una manifestazione che portò circa mille cittadini in piazza in centro a Genova per fare pressione sulla riapertura delle strade. Una manifestazione che riuscì: l’urgenza divenne “somma urgenza” e si fece il prima possibile a riaprire Via Trenta Giugno. Quelle persone non scesero in piazza solo per la causa. Ma anche perchè Andrea Brina garantiva con la faccia la missione di quell’evento. “Perchè se c’è Andrea, ci sono anche io”.

Nei giorni difficili, dopo il 14 agosto 2018, Andrea era lì, con le mani nude del fare e le nocche bruciate, come l’anima di tutti noi.

Nella pandemia, si é battuto perchè i circoli riaprissero il prima possibile, perchè il Covid 19 non rubasse anche la compagnia agli anziani, la socialità ai giovani, il gioco ai bambini. Che non ci rubasse altro, oltre che il respiro.

Per la guerra, si dedicava a preparare gli aiuti agli ucraini, non mancando mai di invocare con sete la pace.

Dopo un’intervista, una volta, volevo dirgli: “Grazie per il tuo impegno”. Non gliel’ho mai detto. Per quello stupido senso dell’essere fuori luogo. Per quell’illusione ottica, che in realtà é solo miopia, per cui posticipare le parole di gratitudine, affetto, dolcezza.

E non riesce a farmi forza il fatto che qualcuno dice che mi sentirà se glielo dico adesso. Dovrò sempre scegliere la scelleratezza delle parole del “qui e ora”, anche a costo della goffaggine.

Perchè uno come Andrea meritava milioni di “grazie per il tuo impegno”. Anche il mio.

Perchè é morto a un’intera comunità. E anche a me.

Sara Tagliente

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