La crisi delle vocazioni e il graduale abbandono dei grandi monasteri, di immobili capienti ma spesso fuori misura per il numero di persone rimaste nelle comunità religiose, è un fenomeno in pieno divenire a livello italiano e ligure, su cui ha recentemente posto l’accento Papa Leone XIV accogliendo i pellegrini provenienti da alcune regioni dell’Italia centrale. Le vocazioni sono in netto calo (il 40% in meno rispetto agli anni Settanta), così come lo sono i matrimoni (-8% nel 2024), la partecipazione alle messe domenicali (da 37% nel 1993 a 23% nel 2019), le frequentazioni del catechismo e dell’oratorio. Secondo gli ultimi dati ufficiali, risalenti al 2021, il numero dei seminaristi diocesani italiani è di 1.804.
Fino a un decennio fa, le sedi religiose erano luoghi proporzionati, anche per ampiezza, al numero di religiosi che vivevano all’interno e gli spazi erano quasi tutti utilizzati, che fossero ordini di voto contemplativo o attivi in ambito solidale e caritatevole.
Anche in Liguria sono diversi gli edifici destinati alla vita comunitaria diventati mano a mano troppo grandi e onerosi per costi di gestione, che sono stati via via lasciati per aggregazioni di comunità. Ebbe notevole clamore a Genova, il caso della chiusura, nel 2013, dell’Istituto Sacro Cuore di Castelletto, gestito dalle suore del Cuore Devoto, che era una scuola privata (nido, materna, primaria) che dovette chiudere proprio a causa dei costi, secondo la sede centrale di Roma, divenuti “insostenibili”. Allargandosi in Liguria, la vicenda del complesso delle suore somasche a Camogli, dell’ex istituto scolastico e religioso ‘Clotilde Olivari’ di Ruta, un istituto che venne aperto nel lontano 1951 e fu gestito dalle Suore Somasche fino al 2002. Nel 2009 l’amministrazione comunale ne decise il cambio di destinazione d’uso, per cambiarne del tutto, appunto, la missione originaria e dare vita a un complesso a uso residenziale. Altro “caso” a Genova è quello delle monache Passioniste, un ordine di vita contemplativa femminile, dedicato alla preghiera e operante fino al 2022 a Genova, anno in cui le poche monache dell’ordine rimaste a Genova si sono unite alle consorelle di Lucca, trasferendosi. Un ex monastero, edificio molto grande di quattro piani e ampio parco intorno, che risulta attualmente non abitato e in attesa di un nuovo utilizzatore. In questo come in altri casi di ex strutture religiose molto grandi, la chiusura eccessivamente lunga negli anni, potrebbe portare all’abbandono e alla trascuratezza. Questo un esempio tra i vari si possono riscontrare sul territorio regionale.
Tuttavia, in questo caso come in altri in Liguria o in Italia, riguardanti monasteri o grossi complessi dedicati alla vita religiosa, la vera sfida consta nel mantenere e nel seguire il dettame caritatevole e sociale della destinazione d’uso dell’immobile, che esso fosse stato dedicato alla preghiera, oppure alla diretta attività di aiuto a fasce deboli, anziani, bambini. Al contempo, tenere conto della zona, del livello paesaggistico, quindi, tenere un minimo in conto i prezzi di mercato afferenti alla tipologia, grandezza e collocazione della struttura. Non facile per un mercato che si preannuncia in crescita quasi suo malgrado, proprio per il fenomeno della crisi delle vocazioni e la problematica gestione degli ex monasteri.